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Oscar 2020 – Parte 2

(Non presenti, ma di cui ho comunque fatto le recensioni in precedenza: C’era una volta a… Hollywood, Joker e Le Mans 66)

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Piccole donne

Greta Gerwig aveva già lavorato con Saorsie Ronan e Timothe Chalamet in Lady Bird, altro film che ricevette molte nomination agli Oscar, adesso torna con questo duo vincente a raccontarci un classico della letteratura scritto da Louisa May Alcott. La storia originale è divisa in due libri: Piccole Donne e Piccole Donne Crescono (ambientato 3 anni dopo il primo). La particolarità di questo adattamento cinematografico è quello di aver mischiato i due libri, non raccontando la storia in ordine cronologico lineare (come avevano fatto altri adattamenti), ma di iniziare dalla fine per poi fare avanti e indietro tra le due linee temporali per raccontare la crescita e l’evoluzione di tutti i personaggi.

La protagonista principale è Jo, che sogna di fare la scrittrice e ha un carattere forte e indipendente. In questo caso la regista ha deciso di dare al personaggio alcune caratteristiche biografiche dell’autrice, come lo scontro con l’editore. Questo scontro in particolare rappresenta uno degli argomenti principali del film: la ricerca dell’indipendenza da parte di Jo, che dato che la storia è ambientata durante la Guerra Civile americana, è molto difficile.

Il matrimonio all’epoca doveva essere la principale ambizione per una donna ed era anche una necessità a livello economico, questo lo espone benissimo Amy in un discorso in cui spiega perché si vede costretta a aspirare al matrimonio in modo anche piuttosto calcolato, senza sentirsi libera di seguire appieno le sue aspirazioni. In questo caso ci sono in gioco anche le pressioni che le vengono fatte dalla zia che sostiene che lei sia l’unica speranza per la famiglia di risollevarsi da una situazione economica avversa. Questo perché Jo non vuole saperne del matrimonio, Meg si vuole sposare per amore e Beth è malata. Tutti questi elementi ci vengono presentati sin dal principio e ognuna delle sorelle ha una storia da raccontare e ognuna di loro ha un carattere complesso e pieno di elementi in cui ci si può immedesimare.

La differenza tra le due linee temporale subito non l’ho trovata chiarissima, ma ci è voluto poco ad abituarmi all’inaspettata struttura del film, in cui anche la fotografia aiuta a distinguere le due fasi della vita dei protagonisti. Piccole donne è un film che racconta la storia di questa giovani donne, di come crescono e di ciò che devono affrontare in quanto donne, in una società che non riconosce loro niente se non l’aspirazione al matrimonio, così da rimanere sempre in secondo piano. Le protagoniste sono consapevoli della loro limitazione e vogliono in tutti i modi superarla, ognuno a modo proprio, lanciando un messaggio positivo e già femminista nonostante la storia abbia più di cento anni.

Senza fare spoiler vorrei dire una cosa riguardo al finale: in un primo momento la scelta di rappresentarlo nel modo in cui ha scelto Greta Gerwig mi ha disorientato, perché non ho subito capito che cosa intendesse dirci. Dopo lo stupore iniziale per il non aver subito riconosciuto il finale del libro e del film a cui sono abituata, ammetto di aver apprezzato l’elaborazione del finale che ci concede quasi una doppia storia e rende questo adattamente unico. 

The irishman

Passiamo adesso al prossimo film, una produzione Netflix in cui Martin Scorsese si è potuto prendere la libertà di raccontare la storia in 3 ore e mezzo di film, cosa che magari non sarebbe stato possibile se fosse stato destinato al cinema.

The Irishman è l’adattamento cinematografico del libro “L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa” (I Heard You Paint Houses) Titolo riportato all’inizio del film. La storia racconta la vita di Frank Sheeran, un veterano che si mise a lavorare per la mafia, diventando anche un sicario per poi diventare amico e lavorare per Jimmy Hoffa, presidente del sindacato capo dell’International Brotherhood of Teamsters, che ha legami con un’altra famiglia criminale.

The Irishman è quindi ispirato a fatti realmente accaduti, raccontati in questo libro. La storia attraverso la vita di Frank ripercorre gli anni ’50 fino al 2003, anno della morte del protagonista. La storia è raccontata da lui stesso, ormai anziano e in casa di cure. Anche in questo caso le linee temporali si intrecciano, passando dagli ultimi giorni di vita di Frank all’anno decisivo nel rapporto tra Frank e Jimmy e come questo sia dovuto cambiare a causa dei legami con la mafia e allo stesso tempo ripercorriamo la vita di Frank dal momento in cui ha conosciuto il capo della famiglia mafiosa Bufalino, conoscenza che ha cambiato per sempre la sua vita e determinato tutto gli avvenimenti successivi, compreso il difficile rapporto con la propria famiglia.

Vediamo quindi come opera la mafia, le faide e come abbiano manipolato la politica fino alle elezioni presidenziali per il proprio tornaconto. Oltre alla durata, ci sono altri aspetti significativi del film: senza dubbio il cast stellare, protagonisti Robert DeNiro, Joe Pesci e Al Pacino. I tre attori ormai  non più giovanissimi (alla soglia degli 80 anni) hanno interpretato i loro personaggi durante tutto il corso della storia grazie a effetti speciali a dir poco miracolosi. La resa è credibile e quasi naturale anche se l’aver già visto gli attori più giovani in altri film ci si rende conto delle differenze tra il ringiovanimento tecnologico e il loro reale aspetto. Una cosa che però è impossibile da rendere è la fisicità, il modo di muoversi che rimane in alcuni casi rivelatore dell’età reale degli interpreti.

Altro fattore degno di nota del film è la fotografia che riesce a dare un aspetto realistico e si sposa bene anche agli occasionali filmati d’epoca inseriti e unita al montaggio regala un’esperienza visiva degna di attenzione. Nonostante la durata sia motivo di scoraggiamento, bisogna dire che è una visione che merita, con grandi interpretazioni. Una regia da maestro quale è Scorsese, che seppur non con ritmi troppo sostenuti riesce a bilanciare il cambio delle linee temporali così da dinamizzare una storia che poteva essere se no la solita storia di gangster e mafia, ma che è invece importante da raccontare.

Jojo Rabbit

Ultimo film di cui parleremo oggi è il particolare Jojo Rabbit. Diretto da Taika Waititi, stesso regista di Thor Ragnarok (che personalmente non avevo molto apprezzato). Il film è ispirato al libro Come semi d’autunno/ Il cielo in gabbia. La trasposizione presenta molte differenze dalla trama del libro.

Il film è ambientato nella Germania nazista del 1945, ultimo anno della guerra, in cui il regime era già in declino e la storia viene raccontata dal punto di vista di Jojo, Johannes, un bambino di 10 anni cresciuto col regime al potere, e partecipa alle attività della gioventù Hilteriana. La propaganda nazista lo ha seguito in tutta l’infanzia e il suo più grande eroe è proprio Adolf Hilter, che immagina di avere al proprio fianco per motivarlo nel diventare un nazista perfetto. In effetti lui ha tutte le caratteristiche giuste per esserlo: è ariano, biondo, coraggio e odia gli ebrei, che sono esseri pericolosi e quasi mistici.

Grazie a questo approccio alla storia il film viene raccontato sotto forma di commedia, in modo quasi surreale, con colori chiari pastello e musica allegra perché è così che Jojo vede la vita. Non è consapevole appieno di cosa voglia dire essere nazista, ma sente di esserlo perché è così che è stato cresciuto nell’ambiente. La madre interpretata dalla candidata Scarlett Johansson, cerca di fargli capire quanto sia sbagliata la mentalità nazista, ma con poco successo e un po’ alla volta ci accorgiamo che lei fa molto più che semplicemente parlare per contrastare il regime.

La vera svolta si raggiunge quando Jojo scopre una ragazza ebrea nascosta in casa sua. La paura che gli suscita è grande, ma vuole anche combatterla. Ben presto si accorgerà di dover scendere a patti con lei perché denunciandola firmerebbe la condanna a morte per la propria madre, così adotta una tecnica diversa: quella di conoscere il proprio nemico, cerca di estorcere alla ragazza i segreti degli ebrei, per sapere come combattere quegli esseri diabolici, che riescono addirittura a leggere nel pensiero.

Il film riesce a raccontare il nazismo in modo nuovo e da un nuovo punto di vista, quello di un bambino, quindi un essere senza malizia innata e che così si rende conto poco a poco di che cosa voglia veramente dire la parola nazismo, perché in fondo è umano e l’empatia è un sentimento umano, come ci dimostrano anche altri personaggi. Assistiamo comunque a elementi storici, alla guerra che va avanti, alla repressione e alla cattiveria di un gruppo di persone verso gli altri, ma il film è un messaggio di speranza, l’amore vince e nemmeno la più oscura delle minacce può reprimere l’umanità innata e la volontà di fare del bene.

In più occasioni ci strappa una risata, ma riesce anche a farci commuovere, senza lasciarci però con il dramma che permea ogni scena, come spesso succede in film sull’argomento. Lo scontro tra Elsa, la ragazza ebrea, e Jojo è uno scontro tra i valori snaturati e cattivi del nazismo che non hanno nessun fondamento e nessuna ragione di esistere e questo viene spiegato benissimo grazie al rapporto tra i due personaggi che si evolve durante il film.

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Pubblicato da Marisa

fangirl a tempo pieno, adora passare il tempo a leggere libri interessanti (meglio ancora se stanno per diventare film, così da disturbare gli altri spettatori con la tipica frase "però nel libro.."), guardare serie tv che risucchino completamente la vita sociale, guardare film al cinema ogni volta che riesce, disegnare e dipingere imbrattando le sue t-shirt nerd preferite (mannaggia) e passa le domeniche a preparare argomenti per i suoi podcast multifandom (le recensioni yeee)